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lunedì 20 febbraio 2017

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(English version below)
Konnichiwa,

la preparazione continua e pensiamo, o almeno speriamo, che alcuni di voi non sappiano molto di questo pellegrinaggio nello Shikoku e siano curiosi di saperne di più. Eccoci quindi a darvi alcune informazioni.

Lo Shikoku è la più piccola della isole maggiori dell'arcipelago giapponese, e si trova nella sua parte meridionale. Le città più note nelle sue vicinanze sono Osaka e Hiroshima.


Lo Shikoku è ancora un'area prettamente rurale, con poche città ed un ambiente quasi originario, quindi dimenticate i luoghi futuristici e tecnologici di Tokyo, qui è un altro pianeta. Sull'isola ci sono, tra gli altri, 88 templi che compongono il percorso del pellegrinaggio.


Come potete vedere dalla mappa, lo Shikoku è lungi dall'essere un'isola piatta, e ci sono interessanti (per il pellegrino 1) o spaventosi (secondo il pellegrino 2) sali e scendi lungo la strada. Potete anche vedere il profilo altimetrico del percorso che si affronta a piedi, che attraversando monti e valli a volte non offre strade asfaltate al pellegrino.


Non c'è un ordine prestabilito per completare il pellegrinaggio, in principio lo si può fare in senso orario o antiorario, oppure visitando i templi in ordine sparso a seconda della convenienza. Ci sono ad esempio pellegrini che completano il pellegrinaggio poco alla volta, camminando nel fine settimana o quando hanno tempo. Il modo usuale di percorrerlo è cominciando a tempio 1 e ritornarvi camminando in senso orario fino a tempio 88.

Narra la leggenda che un ricco mercante di nome Emon Saburo, dal cuore indurito dalla troppa ricchezza, abbia rifiutato a Kobo Daishi la carità di un pesce secco. Poco dopo venne colpito da una malattia, e riconoscendo il suo errore cominciò a seguire il pellegrinaggio con la speranza di incontrare il Daishi ed implorare il suo perdono. Dopo aver completato il percorso venti volte in senso orario e non avendolo mai incontrato, pensò che forse camminando in senso antiorario avrebbe finito per incontrarlo. Stremato dalla fatica si ammalò e, mentre era prossimo a morire, il Daishi gli apparve e gli concesse il suo perdono. Il mercante allora chiese di poter rinascere in una ricca famiglia per poter fare del bene, e morendo afferrò un sasso. Dopo nove mesi, nella città del mercante, nacque un bambino con la mano chiusa a pugno, che nessuno riusciva ad aprire. Venne chiamato un prete dal tempio vicino per investigare, e dopo aver invocato il Daishi il bambino aprì la mano, mostrando che vi stringeva una pietra su cui era scritto "Emon Saburo rinato".

martedì 1 novembre 2016

Back for a new adventure

It was summer 1997, on the coast of the Jonian sea a joung boy and a girl were sitting on the shore, enjoying the amazing sunset one usually have in that time of the year.
Next to them a young woman was practicing kendo, adding even more appeal to the scenery.
Upon leaving the young woman forgot behind a small booklet, a cyber-punk story about a group of students who invent a way to put on paper the power of gods. One of them embarks in cycling the 88 temples pilgrimage in Shikoku seeking for redemption.

That book is called "Scissors cut paper wrap stone", and since then it has been read hundreds of times by that boy. Now that he is a grown up man, he is going to follow the same route, cycling the 88 Shingon temples in Shikoku.

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Era l'estate del 1997, sulla costa del mar Ionio un ragazzo ed una ragazza sedevano ad ammirare uno dei meravigliosi tramonti che capitano spesso in quel periodo dell'anno.
Vicino a loro una donna si esercitava col kendo, aggiungendo ancora più fascino alla scena.
Quando andò via quella donna dimenticò un libricino, una storia cyber-punk su un gruppo di studenti che scoprono il modo di mettere su carta il potere degli dei. Uno di loro si avventura nel pellegrinaggio in bicicletta degli 88 templi nello Shikoku, in cerca di redenzione.

Quel libro si chiama "Forbici vince carta vince pietra", ed è stato letto centinaia di volte da quel ragazzo. Ora che è diventato un uomo, sta per seguire la stessa strada percorrendo in bicicletta gli 88 templi Shingon nello Shikoku.


sabato 22 marzo 2008

In bici come prima.

Come tutte le belle storie, anche questa è finita... Abbiamo venduto le nostre biciclotte, fedeli destrieri nelle pedalate giapponesi. Per fortuna non si sono separate, avendole vendute entrambe alla stessa persona.


Per dare loro un degno saluto, grazie anche alla (finalmente) bella giornata di sole, oggi le abbiamo portate in giro qui vicino, su e giù per i dolci declivi che caratterizzano una città di mare come Tokyo (vedete la foto e cogliete la freddura...): prima all'Okamoto Koen, poi lungo il Tamagawa ed infine al Kinuta Park.


Come già detto altrove, i ciliegi ormai sono in subbuglio: i boccioli ormai palesano i petali, il cherry blossom è ormai questione di giorni, le previsioni hanno fatto centro. In più anche i prati si sono ricoperti di un tenero verde, molto soffice da calpestare.


I giapponesi ne approfittano per dedicarsi agli sport più disparati: baseball, golf, rugby, corsa, ciclismo, badminton, pesca, sport X (si gioca passandosi la palla con una specie di retino per farfalle e bisogna fare gol, come si chiamerà?), freesbee.... insomma, qui lo sport non ci si limita a vederlo in TV, ma lo si pratica sul campo.


Finita la pedalata, abbiamo volto le nostre ruote verso Shibuya, dove abbiamo consegnato le nostre biciclette ai nuovi proprietari.
Se volete fare una pazzia in bicicletta, vi consigliamo vivamente di provare ad andare in bici a Shibuya alle 18 di un sabato pomeriggio: c'è talmente tanta folla che al confronto la tangenziale nell'ora di punta è un sollazzo! Come non dare ragione a chi si occupa della gestione del traffico? Se masticate un po' di inglese (oltre a colombe ed agnello), date una lettura qui.

Vendute le bici, ora si che il ritorno in Italia si avvicina...

Alla prossima, e nel frattempo buona Pasqua!

sabato 2 febbraio 2008

Tokyo blues.

Oggi, nonostante il cielo coperto, le previsioni di pioggia e la temperatura intorno ai 7°C, quindi non proprio primaverile, abbiamo deciso di porre fine alla nostra astinenza ciclistica, gonfiando le ruote delle nostre biciclette e facendo una breve escursione lungo il Tamagawa, il fiume che scorre a pochi passi da casa.
Pedalando lungo i suoi argini sembrava di stare in un libro di Banana Yoshimoto, con quell'atmosfera tipica dei suoi libri.


Lungo il fiume abbiamo visto tante facce di Tokyo: i campi da baseball affollati come al solito, le case degli homuresu, dei senzatetto, costruite alla meglio con dei teli di plastica azzurra, le piste delle scuole guida, tanta gente che faceva corsa, andava in bici, giocava con figli o conversava come se nella vita non avesse mai fatto e non avesse da fare altro.
Qua e la, sempre lungo gli argini, alcuni gruppi di ragazzi si esercitavano, chi a suonare uno strumento, chi a recitare.




E fra un campo e l'altro, come se neanche fossimo in una megalopoli da 20 milioni di abitanti, distese di giunchi e stormi di gabbiani ed aironi, con cui ci siamo anche fermati a dividere qualche biscotto al cioccolato.


Tra le cose che abbiamo visto e che più ci hanno stupiti, è stato un gioco che non vedevo più fare dalla mia infanzia: lo slittino sull'erba.
Tanti bambini, e anche qualche adulto con la scusa di supervisionare, usando delle scatole di cartone come fossero delle slitte, scendevano le pareti erbose degli argini come fossero delle piste innevate.
Dato che in una cittadina dopo tutto minuscola come quella in cui vivo in Italia ormai i bambini non giocano più per strada, mai mi sarei aspettato, in una città enorme e che vive di nuove tecnologie come Tokyo, di vedere praticare con tanta passione un simile gioco.


Tre ore di completo relax ciclistico, in perfetto stile cicloamico. Mancavano solo le teglie di pasta al forno e le sfizierie gastronomiche cui solito ci abbandoniamo, come il formaggio col miele di acacia o le mozzarelle appenta fatte, ma per quelle ci sarà tempo al rientro in Italia.

Alla prossima!

lunedì 29 ottobre 2007

Le discese ardite e le risalite.

E finalmente ce l'abbiamo fatta!
Forse a qualcuno di voi non sará sfuggito che questo blog cita, abbastanza esplicitamente, i Cicloamici, ma di Cicloamico aveva ben poco, se non una foto di una bicicletta dipinta sull'asfalto.


Beh, lacuna colmata! Innanzitutto abbiamo le bici (vedi foto), due fantastiche 26'' (e chi sa la mia statura forse troverá la cosa ironica) con sellino rialzato, cestino portapacchi, freno anteriore ad archetto e posteriore a nastro, monomarcia con rapporto simil-rampichino, e queste bici sono regolarmente immatricolate con la loro bella targhettina gialla (vedi foto) che serve a rimettere insieme bici e ciclista separati dal destino avverso.


E, cosa piú importante, oggi siamo andati al lavoro in bicicletta: anziché farci i 7 km (in linea d'aria) da casa alla scrivania usando la metro (60 minuti di viaggio, 15+15 a piedi e 30 in metro), ci siamo fatti 10 km in bici "per vedere l'effetto che fa".

Ora, in Italia il 60% delle persone trova l'andare al lavoro una gran rottura di zebedei, che fa proprio perché deve, mentre l'altro 40% il lavoro non ce l'ha proprio, e magari c'ha gli zebedei ancora piú rotti. Eppure se a tutte ste persone con gli zebedei rotti la mattina dai un motivo per arrivare tardi al lavoro, che so, facendoti dare la precedenza ad un incrocio in cui loro hanno lo stop mentre passi con la bici, scatta la voglia irrefrenabile di aggiornare il Devoto-Oli della bestemmia edizione 2007, accompagnata da irrefrenabili e compulsivi strombazzamenti di clacson, perché li fai arrivare tardi al lavoro, perdindirindina; il ché, a pensarci bene, é come se uno rifiutasse, a male parole, di andare a giocare a calcetto e poi a bere una birra al bar con gli amici perché a casa deve aiutare la suocera a rammendare i calzini.

Mo, se questo accade in una cittadina italiana da 100.000 abitanti con gli zebedei rotti, che accadrá mai in una cittá da 18.000.000 di abitanti che se gli levi il lavoro gli levi la ragione stessa della loro esistenza? Sangue, risse, duelli alla Kagemusha, l'ombra del guerriero? Ebbene, possiamo dire con orgoglio cicloamico che NOI LO ABBIAMO PROVATO!

Innanzitutto, immaginatevi un incrocio semaforizzato in cui confluiscono 5 strade a 2 corsie per senso di marcia l'una: ad attendere il verde per passare, solo dal nostro lato, c'erano 17 altri ciclisti, roba che da noi la chiamano giá Critical Mass :(
Allo scattare del verde parte la gara: scatta in testa la nonnina con la Graziella gialla, seguita a ruota dal ciclista urbano in Specialized full carbon che peró é subito ripreso dalla mozzofisso nera.
La nonnina non demorde, anche perché a prepararle la volata c'é l'immancabile fanciulla con i tacchi a spillo in bicicletta e ginocchi altezza gola per la sella troppo bassa. Prova ad emergere dalle retrovie il compassato impiegato in giacca e cravatta e bicicletta Chevrolet, ma il CICHICI CICHICI che lo accompagna grazie alla catena in pura ruggine (frutto di anni ed anni di ascetica astensione dall'olio) avverte il gruppo del suo arrivo. Distratti dal rumore i ciclisti non notano la mamma coi bimbi che supera tutti dal marciapiede mentre i bambini, uno avanti e uno dietro, giocano tranquillamente alla PSP sui loro seggiolini. Si profila ormai un arrivo al fotofinish, ma la nonnina tira fuori l'immancabile rapa da 80 cm che le fa vincere la gara. E intanto dietro pedalano a ritmo cicloamico due ciclisti inebetiti, timorosi dal trovarsi al cospetto di camionisti che si fermano per farli passare, motociclisti in Harley che si scusano per aver occupato il marciapiede su cui stanno transitando liberandolo prontamente al vibrante tintinnio del campanello, automobilisti che prima di sorpassarli danno un lieve colpetto di clacson per accertarsi che il ciclista si sia accorto della manovra e dia il suo assenso. Tutto ció é irreale, ci deve essere qualche tranello.

E puntualmente il tranello arriva: lunga salita all'orizzonte, preceduta da altrettanto lunga discesa. Anche il ciclista alle prime pedivelle sa che in questi casi la regola é "pancia parallela al suolo e via piú veloce che puoi". Ma in Giappone non funziona cosí. L'uomo (o la donna) é tale se si eleva sulle sue miserie materiali e lotta contro la natura per superare i suoi limiti, e perció in fondo alla discesa, laddove la strada cambia pendenza c'é in attesa il nemico! UN SEMAFORO ROSSO!
Non avendo con noi il Devoto-Oli di cui sopra, con puro spirito zen ci siamo sobbarcati la salita benedicendo il rampichino monomarcia.


Giunti infine alla meta, ebbri di soddisfazione, abbiamo controllato il tempo: 50 minuti per 10.6 km, addirittura piú veloci della metropolitana! Ah, giusto per gradire, la rimozione coatta c'é anche per le bici, che hanno ovviamente anche i loro bei parcheggi, sia gratuiti che a pagamento.
Insomma, 10600 metri di puro divertimento, sia che si stesse sulla strada che sui marciapiedi, posti ovviamente allo stesso livello e non 30 cm piú in alto.


Il prossimo che vi dice che la bici non va bene in cittá sapete che raccontargli.

Alla prossima!

P.S. Oggi vi volevo parlare di Apocalipse Now e Holly e Benji, ve ne parleró la prossima volta.

P.P.S.G.P.S. Per chi fosse proprio interessato, ecco le coordinate del punto di partenza e di arrivo.
Partenza: 35°37'11'' N 139°37'12'' E
Arrivo: 35°39'43'' N 139°40'41'' E

sabato 6 ottobre 2007

Tramonto sul paese del sol levante.

Incrocio.